A un anno dalla sua scomparsa ricordiamo Federico Flegenheimer
Domenica 7 giugno ‘26 dalle 9,00 alle 12,00
Federico Arnoldo Flegenheimer. L’uomo e il suo lavoro. (Link documento)
di Gabriele Casullo
Le style est l’homme même, lo stile è l’uomo stesso, sosteneva attorno alla metà del Settecento il naturalista e scrittore francese Georges-Louis Leclerc de Buffon. Mi sembra che questa massima si possa applicare a Federico Flegenheimer. Nel suo caso, infatti, “lo stile è l’analista stesso”.
Per questo motivo, nell’introdurre il suo lascito, intreccerò elementi personali e rimandi ai suoi lavori scientifici. Lavori che pur non essendo molti in numero, rivestono una certa significatività per il modo in cui si inseriscono in una parte della storia della nostra disciplina che sta oggi venendo riscoperta a livello internazionale. Una significatività che si accresce ancor più per quanto concerne la storia del nostro Centro Torinese di Psicoanalisi, che Flegenheimer contribuì a fondare nel 1989 assieme a Parthenope Bion Talamo, Franco Borgogno, Emanuele Bonasia, Carlo Ferraris, Mario Ferrero, Delia Luzzati, Mario Perini, Laura Piperno.
Flegenheimer si è formato psicoanaliticamente presso quello straordinario gruppo di pensatori che ha avuto modo di incontrarsi e collaborare attorno al Rio de la Plata, a cavallo fra Buenos Aires e Montevideo. Città che costituiscono da allora due capitali della psicoanalisi. La riscoperta del loro lascito è testimoniata dal fatto che solo nel 2009 il classico dei coniugi Willy e Madeleine Baranger
La situazione analitica come campo bi-personale è stato tradotto per la prima volta in inglese e solo dal 2012 è disponibile nella stessa lingua il fondamentale Simbiosi e ambiguità di José Bleger. Nel 2015, infine, è stato pubblicato dall’editore Routledge di Londra, un importante libro che finalmente ripercorre in maniera sistematica le origini e gli sviluppi della psicoanalisi sudamericana: I pionieri della psicoanalisi in Sud America. Un libro a cui Flegenheimer ha partecipato in prima persona con un ritratto della vita e dell’opera di Luisa de Alvarez de Toledo, scritto con Sheila Navarro de Lopez (Navarro de Lopez & Flegenheimer, 2015).
Un secondo riferimento bibliografico utile a comprendere l’intreccio fra vita e professione che costituisce la psicoanalisi per Flegenheimer è l’articolo di Lorenzo Sartini “L’influenza della cultura psicoanalitica argentina in Italia”, pubblicato dall’International Forum of Psychoanalysis nel 2024. Un articolo a cui, di nuovo, Flegenheimer ha contribuito rendendosi disponibile a essere consultato dall’autore.
Benché avesse ricevuto una prima formazione medica a Buenos Aires – una foto che lo ritrae con i compagni di corso è diventata celebre per la presenza del giovane Ernesto “Che” Guevara –, Flegenheimer ma ha dovuto compiere un’ulteriore formazione medica in Italia. Fra i documenti che ha generosamente lasciato alla Biblioteca “Nissim Momigliano” del Centro Torinese di Psicoanalisi vi è, in effetti, la sua Tesi di Laurea datata A. A. 1982/1983. Relatore Pier Maria Furlan. Titolo: La rappresentazione del corpo in psicopatologia. Considerazioni sulle ipocondrie e psicosi. Lo stile è l’uomo, si diceva, e il linguaggio di Flegenheimer è semplice e al contempo profondo, serio ma mai pensante. Nella tesi è già presente il suo modo di pensare e di comunicare: lo si riconosce. Si parte dalla classica distinzione fenomenologica fra Korper (corpo anatomico) e Leib (corpo vissuto) e si procede poi alla descrizione di immagine e schema corporeo, appoggiandosi soprattutto al libro Immagine di sé e schema corporeo dell’analista Paul Schilder, un libro di tale rilevanza da venire ristampato ininterrottamente dal 1935. L’immagine corporea stabilisce la qualità della nostra presenza nel mondo. Scrive Flegenheimer, iniziando la sua analisi dalla prima infanzia: “All’inizio il limite tra il mondo esterno e l’io non può essere chiaramente definito, c’è una continua e permanente proiezione del corpo nel mondo esterno e una introiezione costante del mondo nel corpo” (p. 10). Egli cita quindi Jacques Lacan sull’unificazione dell’Io mediante l’immagine del proprio corpo vista attraverso lo specchio (p. 16), e Maurice Merleau-Ponty sul fenomeno dell’arto fantasma con il quale il soggetto cerca inconsciamente di “conciliare la presente mutilazione con la passata integrità anatomica” (p. 34). Si sposta poi in territorio kleiniano, rifacendosi alla stessa Klein, ad Heimann, a Rosenfeld, a Meltzer quando si tratta di affrontare l’ipocondria nei termini di persecutori interni e un metabolismo dell’invidia che istilla veleni nel corpo individuale e sociale. Va notato come egli non citi direttamente Bion, ma Meltzer, il cui pensiero di quello del primo è derivativo. Inoltre, non cita mai Winnicott, con tutto il suo lavoro sullo psiche-soma.
Questi richiami, a mio parere, non dicono qualcosa di specifico su Flegenheimer ma sui riferimenti di quegli anni: su come Bion e Winnicott fossero sì stimati, ma anche guardati con sospetto, forse perché ritenuti essere troppo idiosincratici e non sufficientemente sistematici. In seguito, Flegenheimer affronta il tema della spersonalizzazione e perdita dei confini dell’Io. Unico riferimento che tradisce la sua formazione argentina è un timido Enrique Pichon-Rivière del 1941 associato al delirio di negazione (p. 115), argomento sui cui viene altresì chiamato in causa un allievo di Pichon-Rivière come Flegenheimer immigrato in Europa: Salomon Resnik. Non vi sono molti cenni agli argentini nella tesi di Flegenheimer, e questo potrebbe essere preso come segno di una cesura, dolorosa ma silente, vissuta nello spostarsi in Italia. In effetti, egli non nomina neppure Emilio Rodrigué, stimato supervisore da cui aveva appreso l’analisi con i bambini.
Riguardo questa cesura, sono riuscito a rinvenire il documento con cui il consiglio dell’Ordine dei Medici di Torino ha respinto all’unanimità la domanda di iscrizione presentata da Flegenheimer. Il sentimento di non essere stato ben accolto può avere motivato una ritrosia nel mostrare le proprie origini formative, almeno inizialmente. Sul Psychoanalytic Electronic Publishing è rintracciabile un unico scritto di Flegenheimer precedente al suo essersi spostato in Italia. Si tratta di una recensione apparsa nel 1963 sulla Revista de Psicoanálisis: la rivista dall’Asociación Psicoanalitica Argentina di cui egli era divenuto membro. Tornando alla tesi, essa chiude con questa constatazione: La pratica del consultorio infantile ci permette di osservare ancora altri casi: per esempio bambini incoordinati che si scontrano contro i mobili, le porte, le persone. Anche se l’esame neurologico è totalmente negativo, si scopre che questi bambini hanno disturbi nella percezione del proprio corpo e del loro limite corporeo, e per questo non sono in gradi di distinguere chiaramente dove finiscono essi e dove cominci il mondo che è intorno a loro. Nei casi riferiti da E. Bick (cit. da Meltzer cit.), nei quali manca nel bambino una “pelle” (metaforicamente parlando), un “contenitore” adeguato ed affidabile, in presenza quindi di una mancanza provocata da un disturbo precoce nel rapporto materno-infantile, così come nella “bidimensionalità” del mondo interno dei bambini autistici descritti da Meltzer (1974), possiamo ipotizzare che esistano dei disturbi nello “schema corporeo” (p. 130).
Nonostante la tesi si collochi in ambito psichiatrico, Flegenheimer mostra la sua esperienza in qualità di psicoanalista infantile. Lo stesso accade nella relazione che presenta al Centro Milanese di Psicoanalisi nel maggio del 1982. Il lavoro si intitola “Divergenze e punti comuni tra psicoanalisi infantile e psicoanalisi degli adulti: alcune riflessioni” ed è la sua prima pubblicazione per la Rivista di psicoanalisi (1983, vol. 29, n. 2, pp. 196-205).
Ne riporto l’incipit:
[Un] collega mi chiese: “Dove si siede quando è nella stanza giochi?”. Oltre alla risposta più ovvia (a seconda dei casi: su una sedia, per terra, o in qualche altro posto) la domanda mi fece riflettere sul problema in maniera più ampia: mi chiesi quale fosse la mia situazione complessiva durante una analisi infantile, rispetto a quella in cui mi trovo durante la analisi dell’adulto (p. 196). In questo lavoro, si tocca il cuore della psicoanalisi argentina: il setting. Si affaccia, a questo proposito, il nome di Emilio Rodrigué, di cui si cita il libro El contexto del proceso analìtico, scritto con la moglie Geneviève Tronquoy de Rodrigué (1966, Paidos): Una differenza macroscopica fra le due situazioni, analisi infantile e analisi degli adulti, senz’altro concerne il setting, o meglio: certi aspetti del setting. Infatti, se prendiamo per esempio la definizione di setting di Rodrigué (1966) (“insieme delle attività non interpretative che hanno la finalità di mantenere lo svolgimento ordinato del processo analitico”) vediamo che in questo insieme certi parametri si conservano mentre altri cambiano (Flegenheimer, 1982, p. 197). Ma discutendo quella che definisce la “geografia del setting”, Flegenheimer chiama in causa sempre più i suoi maestri argentini, come Arminda Aberastury, Isabel Luzuriaga, Alberto Campo e Luisa de Alvarez de Toledo, la sua seconda analista dopo la morte di Heinrich Racker nel 1961.
Il lavoro si conclude infine in questo modo: Abbiamo constatato che nella misura in cui anche l’adulto utilizza tecniche paraverbali, i problemi dell’analisi si avvicinano a quelli tipici dell’analisi infantile. Proprio in questi casi può essere utile quanto è stato osservato nel lavoro con i bambini perché, da questa ottica, ogni cosa si presenta come amplificata attraverso una lente di ingrandimento. Forse la cosa più importante continua a essere la coerenza interna dell’analista di fronte alla situazione analitica (Di Chiara, 1971): quello che si potrebbe chiamare il “setting interno”, ossia la situazione interna da dove si interpreta, che è uguale per ogni situazione analitica e che permette di lavorare adeguatamente in situazioni apparentemente così diverse come quelle dell’adulto e del bambino, così come permette di affrontare le situazioni atipiche che si possano presentare sia in un campo che nell’altro (Felegnheimer, 1982, p. 204).
Come avrete avuto modo di apprezzare, Flegenheimer chiosa citando Giuseppe Di Chiara e il suo articolo “Il setting analitico” (1971, Psiche, anno VIII, pp. 47-60). L’unica altra analista italiana citata è Stefania Turillazzi Manfredi, che Flegenheimer poteva conoscere per diversi articoli tradotti dalla Revista de Psicoanálisis.
Arriviamo, dunque, al lavoro scritto da Flegenheimer con Di Chiara intitolato “identificazione proiettiva”, e apparso sulla Rivista di Psicoanalisi nel 1985 (vol. 31, n. 2, pp. 233-243). Dopo l’abbrivio dedicato a Klein, il discorso si sposta in territorio argentino: Commentando l’evoluzione del pensiero della Klein, Baranger (1971) osserva come ella abbia compiuto una traiettoria che si è mossa da un’ottica più “pessimista” ed è giunta ad un punto di vista più “ottimista”.
Pessimista è certamente la parte del contributo kleiniano, che riguarda le gravi patologie mentali connettibili con la identificazione proiettiva patologica, descritta per prima. Ottimista la scoperta delle molte e decisive funzioni di sviluppo che ha la identificazione proiettiva stessa nelle sue manifestazioni più normali (Di Chiara & Flegenheimer, 1985, p. 236).
Il testo di Willy Baranger cui ci si riferisce è Posicion y Objecto en la obra de Melanie Klein (Kargieman, Buenos Aires), anch’esso donato alla biblioteca del Centro Torinese di Psicoanalisi con il resto del Fondo Flegenheimer. Fondo che contempla molti dei testi, originariamente pubblicati in Argentina, citati in questa rassegna. L’anno successivo, il 1986, Flegenheimer presenta al presso il Centro Milanese di Psicoanalisi un nuovo lavoro dal titolo “Alcune riflessioni su momenti psicotici nelle sedute psicoanalitiche” (ne Il giudice Schreber e altre storie. La relazione terapeutica con pazienti schizoidi e schizofrenici a cura di Carmelo Conforto, 1989, Piccin, Padova). La chiave dello scritto risiede nell’idea che “fra il momento nevrotico e quello psicotico c’è un salto qualitativo” che richiede che noi “cambiamo non il volume del nostro strumento analitico, ma il suo registro” (p. 184). Più oltre, egli parla di una mescolanza fra elemento nevrotico ed elemento psicotico, tuttavia quando il transfert psicotico prende il sopravvento, ha come effetto l’annullamento della “ambiguità della situazione analitica” (p. 184) e con essa della possibilità stessa dell’analisi, in quanto “tutto ciò che succede nel campo analitico deve essere contemporaneamente quello che appare e qualcosa di diverso” (ibid.).
L’ultimo lavoro che citerò di Flegenheimer è apparso nel 1989 e riguarda l’analista poliglotta (Flegenheimer, 1989). Si chiude con la semplice constatazione che, in ogni idioma, l’analisi ha a che fare con la possibilità di muoversi fra i mondi, arrivando a comprendersi.
Bibliografia
Di Chiara, G. & Flegenheimer, F. A. (1985). Identificazione proiettiva. Rivista di Psicoanalisi, vol. 31, pp. 233-243.
Flegenheimer, F. A. (1963). Wisdom, J. O.: A Methodological Approach to the Problem of Histeria (Un enfoque metodológico del problema de la histeria), 1961, vol. 42, pp. 224-237. Revista de Psicoanálisis (REVAPA) 20, pp. 87-88.
Flegenheimer, F. A. (1983). Divergenze e punti comuni tra psicoanalisi infantile e psicoanalisi degli adulti: alcune riflessioni. Rivista di Psicoanalisi, vol. 29, pp. 196-205.
Flegenheimer F. A. (1986). Alcune riflessioni su momenti psicotici nelle sedute psicoanalitiche. In C. Conforto (a cura di), Il giudice Schreber e altre storie. La relazione terapeutica con pazienti schizoidi e schizofrenici. Piccin, Padova 1989 (pp. 183-190).
Flegenheimer, F. A. (1989). Languages and psychoanalysis. The polyglot patient and the polyglot analyst. International Review of Psychoanalysis, vol. 16, pp. 377-383.
Navarro de Lopez, S. & Flegenheimer, F. (2015). Introduction to the life and work of Luisa de Alvarez de Toledo (1915–1990). In The Pioneers of Psychoanalysis in South America: An Essential Guide (pp 241-245).
Sartini, L. (2024). The influence of Argentine psychoanalytic culture in Italy. International Forum of Psychoanalysis, vol. 34(2), 92-109.

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